Lo confesso senza problemi. Quando ho letto della decisione di tornare al Times New Roman nei documenti ufficiali statunitensi, la mia prima reazione è stata piuttosto tiepida. Un font, davvero? In mezzo a crisi geopolitiche, tensioni sociali e problemi ben più urgenti, stiamo discutendo di questo?
Poi però è subentrata quella sensazione familiare, quella che arriva quando qualcosa sembra irrilevante solo in superficie. Ho riletto, ho contestualizzato, ho collegato i punti. E ho capito che non era una questione di gusto tipografico. Era una questione di potere, di accesso, di diritti.
Perché nella comunicazione istituzionale i dettagli non sono mai davvero dettagli.
La tipografia come infrastruttura cognitiva
Chi lavora nel digitale lo sa bene, anche se spesso si finge il contrario. La tipografia non è decorazione. È usabilità. È ergonomia cognitiva. È progettazione dell’esperienza.
Un font non deve piacere. Deve farsi leggere. E quando parliamo di documenti pubblici, modulistica, comunicazioni governative, la leggibilità non è un valore aggiunto. È un dovere.
Negli anni ho visto aziende investire budget importanti in UX research per ridurre di pochi secondi il tempo di comprensione di una call to action. Qui invece parliamo di persone che, a parità di contenuto, impiegano il doppio o il triplo del tempo per leggere lo stesso testo. Non per distrazione, ma per carico cognitivo.
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Questo non è un problema estetico. È un problema progettuale.
Accessibilità digitale non è una concessione
C’è una narrativa ricorrente che descrive l’accessibilità come una forma di eccesso, una sorta di indulgenza ideologica. Una visione che tradisce una profonda ignoranza tecnica.
L’accessibilità digitale è una disciplina strutturata. Ha standard, metriche, test empirici. Parliamo di WCAG, contrast ratio, riconoscibilità dei glifi, spacing, riduzione dell’ambiguità visiva. Tutti elementi che incidono direttamente sulla possibilità di fruire un contenuto in modo autonomo.
Quando uno Stato sceglie consapevolmente uno standard meno accessibile, non sta semplicemente “tornando alla tradizione”. Sta ridefinendo chi può accedere più facilmente all’informazione pubblica.
Calibri e Times New Roman non sono intercambiabili
Calibri nasce nel 2004 in casa Microsoft con uno scopo preciso: migliorare la leggibilità su schermo. È un sans serif progettato per il digitale, con spaziature generose e forme pensate per ridurre l’ambiguità visiva.
Times New Roman nasce nel 1931 per la stampa su carta. Quotidiani, colonne strette, risparmio di spazio. Un contesto completamente diverso.
C’è un dettaglio tecnico che spesso viene sottovalutato ma che fa tutta la differenza del mondo. In Times New Roman la “l” minuscola, la “I” maiuscola e il numero “1” sono estremamente simili. Per una persona dislessica o ipovedente non è un fastidio. È un ostacolo reale.
I test di leggibilità mostrano che testi identici possono richiedere tempi di fruizione fino a quattro volte superiori per utenti con difficoltà visive o cognitive. Non è una sfumatura. È una barriera.
Micro decisioni, macro effetti
Nel nostro settore amiamo parlare di strategia, framework, big picture. Poi però dimentichiamo che l’esperienza utente è fatta di micro decisioni. E che sommate insieme producono effetti sistemici.
Cambiare un font nei documenti pubblici significa aumentare l’affaticamento visivo, incrementare la probabilità di errore, ridurre l’autonomia di una parte della popolazione. Il tutto senza alcun beneficio funzionale misurabile.
Ed è qui che il design smette di essere neutro.
Quando la neutralità diventa una scusa
Quando una scelta progettuale viene difesa come neutra o tradizionale, vale sempre la pena fermarsi un attimo. Perché la neutralità, nel design, è spesso una comoda narrazione.
Quando una decisione penalizza sistematicamente alcune persone, quella decisione è politica. Anche se passa da un menu a tendina. E quando viene avallata da figure istituzionali come Marco Rubio, il messaggio diventa ancora più chiaro.
Progettare per tutti è una scelta di civiltà
Alla fine la domanda è semplice, ed è quella che pongo anche a te che stai leggendo. Fa più paura un’amministrazione che cerca di rendere i testi leggibili al maggior numero di persone possibile, oppure uno Stato che implicitamente dice “se fai fatica, arrangiati”?
Io una risposta ce l’ho. Ed è il motivo per cui continuo a sostenere che l’accessibilità non sia una moda, non sia ideologia, non sia politicamente corretto.
È progettare il mondo ricordandosi che non siamo tutti uguali. Ed è proprio per questo che dovremmo avere tutti gli stessi diritti di accesso.
